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Erano trascorse un paio d’ore da quando mi ero addentrato nel bosco, e secondo i miei calcoli avrei dovuto essere ben oltre la metà del percorso che mi avrebbe portato a quella che alcuni anziani del posto chiamavano la cascata dannata.
Non era stato facile riuscire a farsi indicare il posto esatto, ma si sa, in vino veritas, e dopo un bel po’ di vino la veritas si era materializzata sotto forma di un grosso dito calloso puntato nel bel mezzo di un bosco. Un punto esatto in una cartina ingiallita dal tempo.
Avevo provato a farmi indicare il luogo sul telefonino, ma era stato come tentare di farsi spiegare l’entanglement quantistico dal pappagallo dei vicini. No, il vecchio saggio – anche se ora propenderei per il vecchio alcolizzato – esigeva una cartina, una di quelle di carta, una di quelle che vendevano nelle edicole, ripiegate svariate volte su sé stesse e che una volta aperte erano impossibili da richiudere allo stesso modo.
“Non vada via, torno subito!”, dissi al vecchio dopo avergli piazzato davanti un’altra bottiglia di vino.
“E chissci muove d’qui”, gli uscì dalla bocca assieme a un sorriso sbilenco.
Corsi a casa dei miei genitori. Avevo sempre rimproverato a mia madre di essere un’accumulatrice seriale di ciarpame e di non buttare mai via niente; se qualcuno poteva ancora avere una cartina, quella era lei.
“Ciao, ma’”, dissi entrando di corsa.
“La porta! Lo sai che qua le zanzare sono giganti, no? Ti portano via e ti succhiano il sangue con calma. No, certo che non te lo ricordi: qua passi solo quando ti serve qualcosa. Se morissimo lo scopriresti solo dai giornali. Ai giovani non gliene frega più niente di nulla, solo di uscire e divertirsi. Non mangiano neanche più per fare tutto in fretta. Guardati! Guarda che magro che sei. Aspetta che ti faccio una bistecca. O preferisci una passata di verdure? Sono genuine le verdure, sai? Mica come quella roba in busta che mangi tu. Chissà cosa ci mettono dentro. Tutto microplastiche e conservanti e antiparassitari e roba chimica. E poi le fanno raccogliere da quei poveracci che…”
“Eccola, lo sapevo!”. Trovai la cartina dove mi ricordavo di averla vista un secolo prima, nel vecchio mobiletto in legno sul quale svettava un esemplare raro di telefono fisso della SIP che i miei si ostinavano a non voler dismettere. E se poi ci cerca qualcuno? L’ultima volta che avevano ricevuto una telefonata la Canalis faceva ancora la velina e non aveva idea che sarebbe finita col fare una pubblicità sorprenden-thè.
“Ciao, ma’”, dissi uscendo di fretta dopo averle dato un bacio al volo sulla guancia.
“Dove vai?”, la sentii gridare dalla porta. “Non correre, lo sai che ora è pieno di giovinastri scapestrati. E copriti, ché già lo sai che ti ammali facilmente!”.
Arrivai al bar appena in tempo; il vecchio pareva avesse molti problemi, ma di certo non quello di svuotare le bottiglie di vino.
“Qui”, disse puntando il dito sulla mappa e illuminandosi in viso come se avesse rivisto l’amore della sua vita.
“Sicuro?”.
Non ci fu bisogno di una risposta, il vecchio si fece serio in volto e capii che non era mai stato certo di qualcosa come in quel momento. Piegai la cartina e la riposi in una tasca posteriore dei jeans. “Grazie”, dissi, e mi voltai per andare via quando mi posò una mano sulla spalla e mi fece girare.
“Devi sctare molto attento”.
“Attento? A cosa?”.
“Non ti fidare”, disse fissandomi negli occhi. “Neanche di te sctesso”. E detto questo tornò al bancone a strizzare le ultime gocce di vino dalla bottiglia.
“Dammene un’altra”, ordinò all’oste. “Paga lui”.
Una volta ottenuta l’ubicazione della cascata avevo pianificato di andarci il sabato mattina seguente, ma l’agitazione per la scoperta mi aveva tenuto sveglio, e così, all’alba, recuperato lo zaino delle escursioni e inviata un’e-mail al lavoro, ero partito.
Giunto a metà percorso il cellulare aveva perso il segnale da un pezzo, niente di cui stupirsi in quel posto dimenticato da Dio. La buona notizia era che non avrei avuto rotture dall’ufficio. Fu più o meno in quel momento, però, che presi consapevolezza che stava succedendo qualcosa di strano. Innanzi tutto, il tempo sembrava scorrere in modo anomalo: l’orologio indicava un orario congruo con le ore trascorse da quando mi ero addentrato nel bosco, ma il sole no; il sole era senz’ombra di dubbio molto più in alto. Poi c’erano i rumori: sembrava si stessero attenuando. Uccelli, insetti, vento. La natura tutta pareva ovattata e lo erano persino i miei passi.
Fu quando il silenzio divenne tanto assoluto da farmi supporre di avere problemi all’udito che avvertii un cigolio cadenzato. Era come se elementi metallici non oleati scorressero avanti e indietro a un ritmo monotono e infinito. Era possibile, là in mezzo al nulla? Mi ci diressi, e una volta riemerso da una fitta macchia di cespugli non potei credere ai miei occhi: avevo davanti a me un’altalena. Vecchia, scrostata, arrugginita e cigolante. Un’altalena in mezzo al nulla che dondolava cullata da un vento inesistente. Ci dev’essere qualcosa di magico nelle altalene che non saprei spiegare, qualcosa che ci attira a esse. Non potei fare a meno di sedermici sopra e dondolare, e lo feci a lungo, abbandonandomi a occhi chiusi a quel cigolio e cullandomi in quel posto fuori dal tempo.
Non so quanto rimasi in quello stato, ma quando mi ridestai al presente l’orologio segnava le 10 e il sole era fuori posto, alto a picco su di me. Tirata fuori da una tasca dei pantaloni la bussola mi addentrai nella vegetazione, mentre l’altalena – per solo Dio sa cosa – aveva ripreso a dondolare e cigolare. Fu solo dopo parecchi minuti che mi resi conto di aver dimenticato lo zaino, appoggiato a uno dei pali di sostegno dell’altalena.
“Cazzo! Idiota!”, urlai.
Rimasi immobile col machete in una mano e la bussola nell’altra indeciso sul da farsi. Manco a dirlo, ora che non avevo la borraccia la sete alla quale non avevo mai prestato attenzione bussò con insistenza al mio cervello, come se non bevessi da giorni. Pensai che non dovessi essere distante dalla cascata e che se c’è una cascata in linea di massima ci dev’essere anche l’acqua e che avrei potuto bere quella. Riflettei anche che ci sarebbe potuta essere la necessità di calarsi e che la corda era nello zaino col resto dell’attrezzatura.
“Cazzo!”.
Il problema non era tornare all’altalena o la perdita di tempo nel farlo, il problema era ritrovarla, l’altalena. Cristo, non ero proprio in un parco giochi deserto, ero nel bel mezzo di un cazzo di bosco che si era fatto sempre più fitto.
Fanculo, pensai, vado avanti. Se una volta arrivato alla cascata mi dovesse servire l’attrezzatura, tornerò un altro giorno.
Questo era il piano e sarebbe stato bello seguirlo, ma trascorsi pochi minuti la bussola iniziò a ruotare come fosse il cestello di una lavatrice durante la centrifuga, e la stessa cosa successe alla bussola dell’orologio digitale. Per orientarmi decisi di affidarmi alla luce del poco sole che penetrava gli alberi sempre più alti e fitti, ma continuava ostinato a rimanere a picco sulla mia testa, e il muschio, d’altro canto, non era attendibile perché arrivando così poca luce cresceva in egual modo su tutti i tronchi degli alberi.
Decisi quindi di affidarmi all’udito: se la cascata fosse stata vicina una volta giunto nei pressi l’avrei senz’altro sentita. Così, fissando di volta in volta come punti riferimento alcuni alberi posizionati in direzione opposta a quella dalla quale ero arrivato, proseguii la marcia per una ventina di minuti finché la sentii. Avvicinandomi, però, la certezza che il rumore fosse quello di una cascata diminuì fino a scomparire.
Possibile avessi camminato così tanto in circolo da tornare al punto di partenza? Riconobbi il rumore metallico. No, doveva essere un’altra altalena. Per forza.
Quando la vegetazione si diradò e fui in grado di vederla meglio, mi bloccai: c’era una persona che dondolava, la vedevo di spalle. Avanzai e notai due cose inquietanti: il mio zaino poggiato ai piedi di un palo di supporto – quindi a meno che non ce l’avessero portato era la stessa altalena – e il fatto che l’uomo che dondolava fosse vestito con gli stessi miei abiti.
Quando gli arrivai a pochi metri smise di dondolare fermandosi di colpo piantando i piedi per terra.
“Buongiorno”, dissi.
Sempre seduto e con le mani aggrappate alle catene si voltò verso di me, lentamente, al rallentatore. Il mio cuore si fermò per poi iniziare a battere all’impazzata. Sentivo l’adrenalina venire pompata, il respiro si fece affannoso e iniziai a sudare freddo mentre ogni singolo pelo del mio corpo si rizzava. Non era vestito come me, ero io. In vita mia non ero mai stato sicuro di niente, ma quella volta ero certo che quel profilo fosse il mio.
La testa continuò a ruotare più di quanto fosse anatomicamente possibile e lì arrivò il terrore, quello puro, quello che abbiamo tatuato nell’anima: la mia copia aveva le labbra cucite. Grosse croci di spago serravano le labbra fino a metà di ciascuna guancia per terminare con le estremità che pendevano insanguinate ai lati del viso.
Avrei urlato, lo giuro, e non è che non ci abbia provato, ma dalla mia bocca non usciva più alcun suono. Era come se anche le mie labbra fossero state cucite.
Fu quando si alzò girandosi verso di me con una mano appoggiata al sostegno che iniziai la corsa più disperata della mia vita. Attraversavo cespugli, scavalcavo radici, mi appendevo ai rami come un novello Tarzan dimenando il machete per aprirmi la strada. Il cuore mi esplodeva nel petto per lo sforzo, mai però quanto per la paura precedente. Senza voltarmi correvo oltre le mie possibilità, e fu solo dopo una decina di minuti che mi fermai esausto, piegato sulle ginocchia. Guardai dietro di me. Era là, alla stessa identica distanza, nella stessa identica posa, con la sola differenza che la mano era appoggiata a un albero invece che al sostegno dell’altalena. Ripresi a correre, questa volta guardandomi anche alle spalle. Lui, cioè quella versione di me, mi veniva dietro senza muovere le gambe; sembrava fluttuasse, strisciando solo la punta dei piedi per terra.
Mi fermai e gli lanciai contro il machete con tutta la forza che avevo in corpo: non tentò neanche di evitarlo. La lama lo colpì alla pancia e lo attraversò penetrando sino all’impugnatura, ma lui non fece una piega e continuò ad avanzare sfilandola senza la minima smorfia. Temetti che l’avrebbe usata contro di me, invece la abbandonò alle sue spalle.
Scappai.
Non è possibile! Dopo tutto quel correre ero sbucato di nuovo davanti all’altalena, e come se non bastasse c’era un altro me seduto a dondolare, un me con le orecchie cucite con del grosso spago che penzolava infine dai lobi. Due lugubri orecchini insanguinati.
Mi bloccai, smise di dondolare. Mi voltai, il me muto era fermo anch’egli alla solita distanza.
Rimanemmo immobili per qualche secondo, finché il me dell’altalena inclinò la testa su una spalla e con la cadenza tipica dei sordi disse: “Vuoi giocare con noi?”.
Ripartii trovando energie inaspettate e passando vicino all’altalena recuperai lo zaino che misi sulle spalle.
Vuoi giocare con noi? fu l’ultima cosa che udii; come non ero più riuscito a parlare dopo l’incontro col me muto, ora non sentivo più nulla. E con la perdita dell’udito il mio equilibrio non fu più lo stesso: inciampavo, cadevo spesso e non c’era una parte di me che non fosse coperta di graffi o abrasioni, anche perché senza il machete ero costretto a buttarmi a capofitto nella vegetazione senza potermi aprire la strada. Ormai non mi voltavo più, sapevo che sarebbero stati alle mie spalle alla medesima distanza veleggiandomi dietro come aquiloni affiancati.
Mai avrei pensato che ciò che avrei temuto di più sarebbero state delle mie copie, e il volerle distruggere, farle sparire, era una cosa che il cervello faticava a elaborare.
Game over, pensai. Davanti a me, finora nascosto dalle piante, si presentò un dirupo. Ed eccola la cascata, non fossi stato sordo l’avrei individuata prima.
Guardai dal bordo del precipizio: una ventina di metri a occhio e croce mi separavano dal fondo. A destra la cascata che si infrangeva sulle rocce, e sotto di me l’acqua. Nera. Impossibile stabilire quanto fosse profonda in quel punto.
Mi voltai, convinto di trovare i due me fermi alla consueta distanza, e trasalii scoprendo che invece continuavano ad avvicinarsi. Il movimento brusco mi fece perdere l’equilibrio e scivolare dal bordo facendomi ritrovare aggrappato ad alcune radici, sospeso nel vuoto.
Arrivarono. Comparvero prima le teste, poi i busti, le gambe e infine i piedi levitanti a pochi centimetri dal suolo e ben oltre il bordo.
Mi fissarono inespressivi finché il me sordo mosse le labbra. Non saprei dire se stesse parlando a me o al me muto, ma questi si chinò in avanti e mi offrì una mano, rimanendo immobile allungato nella mia direzione.
Considerato che il livello dell’acqua sotto di me era senz’altro basso, farmi aiutare a risalire mi parve il male minore. Alla peggio, in seguito mi sarei inventato qualcosa.
Mossi una mano verso quella protesa, quando, giunto quasi a sfiorarla, ricordai il vecchio del bar.
Mi lasciai precipitare.
Non ti fidare neanche di te stesso, aveva detto.
Una mano mi scosse.
Aprii gli occhi. Ero stordito, ero dolorante, ero fradicio.
Ero vivo.
Il vecchio stava muovendo le labbra, mi stava parlando. Intuii qualcosa, credo mi stesse chiedendo se stessi bene.
Feci ok con le dita.
“Bene”, credo che disse, ripetendo anche lui il cenno di ok.
Si indicò le orecchie, scossi la testa.
Indicò la bocca, scossi la testa.
Toccò l’orologio al polso, fece il numero 2 con le dita e il gesto di aspettare, poi tracciò due giri dell’orologio con l’indice. Annuii. Speravo con tutto me stesso che significasse che dopo due ore gli effetti sarebbero svaniti.
Mi aiutò a sollevarmi e indicò una zona riparata dove mi accompagnò sorreggendomi. Mi fece sdraiare, poi unì le mani come in preghiera e le poggiò a una guancia nel gesto universale del dormire. Non ci fu bisogno di ripeterlo, crollai spossato in un sonno senza suoni e senza sogni.
Mi svegliai dopo non so quanto e mi tirai su a sedere.
“Grazie”, dissi, e il suono che uscì dalla mia bocca sorpassò la melodia più bella che avessi mai sentito.
Il vecchio era seduto là vicino con la schiena contro un albero. Non mi aveva svegliato, aveva aspettato che lo facessi da solo e probabilmente non si era mai spostato da quel posto.
“Scusami”, disse con gli occhi bassi e lucidi mentre si massaggiava le mani callose e artritiche.
“No, mi scusi lei. Le ho estorto la posizione con l’inganno”.
Annuì stringendo le labbra in una riga sottilissima. “E ci sono cascato come un allocco”.
“Certo che lei l’alcol lo regge, eh. Ho perso il conto delle bottiglie”.
“Lascia perdere, mi sembra di aver fatto da sacco a Mike Tyson. Stamattina ho recuperato qualche barlume di ricordo e mettendo assieme i pezzi ho scoperto cosa avessi fatto”.
“Ed è venuto a salvarmi”.
“Ti ho solo tirato fuori dall’acqua. Credo ti abbia salvato lo zaino”. Me lo lanciò e rimasi a fissarlo tenendolo tra le mani. “Ero appena arrivato alla cascata e ho sentito il rumore quando sei caduto in acqua. In quel punto il livello non è alto, ma devi aver toccato il fondo di schiena con lo zaino che ha attutito l’impatto”.
“Non ha visto altro?”.
Scosse la testa.
“Sapeva che sarei incappato in me stesso?”.
Annuì. “C’era la possibilità. Chi hai incontrato?”.
“Ne ho incontrati due, prima il muto poi il sordo. Avevo… avevano delle cuciture grossolane fatte con lo spago. Uno sulle labbra e l’altro sulle orecchie”.
Annuì di nuovo, sapeva di cosa stessi parlando. Fece scorrere due dita sul terreno senza toccarlo.
“Esatto”, dissi. “Non camminavano, fluttuavano sul suolo”.
“Dove li hai trovati?”.
“Su un’altalena”.
“Un’altalena?”.
“Sì, un’altalena in mezzo al bosco. Scappavo, ma in qualche modo finiva sempre che sbucavo là. Sembra sorpreso, non era mai successo?”.
“Che io sappia, no. Erano sempre stati visti lassù, vicino alla fonte della cascata. Ma sono passati quarant’anni, forse si annoiavano”, disse con un mezzo sorriso.
“Qua non c’è pericolo?”.
“Finché non si rimane da soli, no. Sono sempre stati visti da persone singole, mai da gruppi”.
“E ognuno incontra sé stesso?”.
“Sì”.
“Anche lei li ha visti?”.
“Vidi il muto quando mi allontanai dal gruppo, ma fuggendo ritrovai gli altri e sparì”.
“E dopo due ore le tornò la voce”.
“Dopo un paio d’ore gli effetti svanivano per tutti”.
“Quanti sono?”.
“Due, quelli che hai visto tu. A volte si incontra prima il muto, a volte il sordo”.
“E cosa succede a chi viene preso?”.
“Non si sa, chi viene preso non lo ricorda. Ci si risveglia dopo alcuni giorni in un posto diverso e l’ultimo ricordo che si ha è quello di essere stati toccati”.
“Potrei incontrarli di nuovo da qualche altra parte?”.
“Sì, ma solo se hanno qualcosa di tuo”.
Guardai lo zaino, recuperarlo era stata la cosa migliore che avessi potuto fare.
Il vecchio si alzò. “Andiamo?”.
“Non voglio fare nient’altro che andarmene da questo posto e non tornarci mai più”.
Ci avviammo col sole che iniziava a calare. Anche lui e la bussola si erano riallineati alla normalità.
“Scusi, ma si può sapere cosa ci sia nella cascata da renderla così misteriosa?”.
“Non si sa, noi non trovammo niente e dopo i primi incontri non tornammo più. E i nostri vecchi a loro volta non lo sapevano”.
“Probabilmente niente, quindi”.
“Già, probabilmente niente. Incontri solo te stesso”.
Quella notte prendere sonno fu un’impresa difficile, continuavo a rivedermi correre, fuggire muto, sordo e precipitare dal dirupo fissando la mano protesa verso di me.
Quando infine mi addormentai, sognai l’altalena e il suo stridore metallico, sognai di correre in mezzo ai cespugli facendomi strada col machete.
“Il machete!”, urlai svegliandomi di soprassalto sudato e col cuore in gola.
Mi misi a sedere e accesi l’abat-jour.
Due figure mi stavano fissando vicino ai piedi del letto. Con la luce fioca e giallognola della lampadina, il muto e il sordo apparivano ancora più inquietanti.
Si allargarono. Un terzo me comparve dall’oscurità e fluttuò tra di loro. Le sue palpebre erano cucite con lo spago e lacrime di sangue gli rigavano il volto.
Fu il buio.
Poi sentii un tocco.